domenica 10 maggio 2015

LA FENICE INDÙ E BUDDISTA

Nota col nome di Garuda, era identificata con i raggi del sole. Ha ali e becco d‘aquila, con notevoli tratti antropomorfi.  Associata per il suo colore rosso al dio del fuoco Agni, il termine ―garuda‖ sembra derivare dalla radice ―grî‖, parola. Tutti i sacri testi indù vi fanno riferimento. Nel Mahabharata si allude alla sua funzione cosmologica: tale uccello è infatti in grado di ―arrestare con il vento delle sue ali la rotazione dei tre mondi‖. 
Nei Purana la sua nascita è collegata alla contrapposizione con i serpenti.  
Nacque infatti da un uovo deposto da una delle due mogli del Rishi Kasyapa: era bellissimo di aspetto, ma con le dita dei piedi ad artiglio. Dall‘altra moglie del Rishi nacquero 1000 serpenti.  
Nel tema della loro lotta sembra emergere il compito della Garuda di spogliare i serpenti della loro pelle per conferire loro la natura luminosa, presente in tutti gli esseri.  Secondo un altro mito, Kadru, madre dei serpenti, combatte e cattura Vinata, madre di Garuda.  L‘uccello, per liberarla, ruba agli dei l‘amrita, la bevanda dell‘immortalità, andando così a rappresentare l‘eterna lotta tra demoniaco e divino. 
Stessa funzione ha in Tibet, dove è detto Vinâyaka ovvero ―colui che rimuove gli ostacoli‖ alla conoscenza suprema.  Anche nel buddismo, i serpenti contro cui lotta sono l‘ignoranza, le azioni compiute nella totale inconsapevolezza, in questa vita e nelle vite passata, che tengono legato l‘uomo. Nel buddismo tibetano si identifica con l‘uccello Khyung, con in testa due corna (vedi sciamani e maschere mongoliche), un gioiello rubato ai Naga, ed i capelli che assomigliano a fiamme che vanno verso l‘alto.  
Spesso su un disco solare, stringe due serpenti tra gli artigli. Protegge le quattro direzioni dello spazio, e durante le cerimonie Bôn compare insieme agli spiriti delle montagne sacre.  Particolarmente interessante è il Garuda nero, con cui i lama trasmutano i veleni inoculati nell‘esistenza mondana. Inutile dire che Garuda è la cavalcatura di alcune divinità, tra cui Vishnu e sua moglie Laksmî. 
Al livello esoterico, la fenice buddista rappresenta il lampo dell‘illuminazione: è l‘uccello che ―artiglia‖ e solleva al cielo supremo, ovvero alla luce eterna divina. Ecco perché fu collegato al simbolo della regalità: solo colui che, come lo sciamano, aveva compiuto sia l‘ascesa che la ridiscesa spirituale lungo tutti i piani del cosmo poteva essere un vero sovrano. In viaggio verso l’Occidente attraverso il Vicino e Medio Oriente e l’Egitto 
Il simbolismo dell‘aquila-fenice, dopo essersi ampiamente diffuso in tutta l‘area asiatica, attraverso l‘India si diffuse poi nella Penisola Arabica, in Africa nordorientale e nel Vicino Oriente, giungendo da qui anche in Occidente. 
Storicamente parlando, il primo resoconto dettagliato della fenice deriva dallo storico greco Erodoto, il quale collegò tale uccello all‘Arabia. Da qui l‘erronea definizione di Araba Fenice, dovuto forse al fatto che fu proprio il mondo islamico a fondere nuovamente le varie tradizioni relative a tale mitico uccello. 
 
https://sites.google.com/site/gruppomizar/popoli-e-culture/--l-araba-fenice

LA FENICE IN GIAPPONE

Qui figura con il nome Ho-oo (o Karura), ovvero una coppia di maschio (Ho) e femmina (Oo). Diversamente dalla ―cugina‖ cinese, è rappresentata come enorme aquila alitante fiamme, con piume dorate e gemme magiche sulla testa.  
Anche in questo caso annuncia l‘arrivo di una nuova era, ed è solito, come in Cina, trovarla sui tetti degli edifici: ve ne sono due sul tetto del tempio Byodo-in, chiamato ―Palazzo della Fenice‖ anche perché ne ricorda la forma. 
L‘altro termine giapponese con cui si designa la fenice è Karura, evidente deformazione della Garuda indù.  Tale nome indica una maschera dell‘antica tradizione teatrale buddista, il Gigaku, proveniente dall‘India, che ruotava su tre personaggi, uno dei quali era l‘uccello.  La maschera del Karura, una specie di aquila-pappagallo, rappresentava proprio la fenice, con la perla nel becco ed il piumaggio rosso.  Anche in tal caso, l‘attore che indossava tale maschera diventa un uomo-uccello dal corpo umano ma con ali e becco d‘aquila, ad indicare un‘evidente richiamo all‘antichissimo retaggio sciamanico. 

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LA FENICE IN CINA

Per molti studiosi, la Cina è la vera patria di tale uccello che ha qui radici nella protostoria.  Già nel 16° sec. a.C. si hanno immagini stilizzate di cinesi che affrontano draghi,  Feng, la fenice appunto, è l‘animale sacro situato a sud. Diversamente dalla tradizione occidentale, in cui la fenice è sempre maschio, al Feng si aggiunge una controparte femminile, Huang. In tal modo il fenghuang risponde alla legge della dualità cosmica, espressa in Cina dai termini polari yin e yang.  Ma potrebbe anche riferirsi ad un più antico simbolismo, sempre di origine sciamanica, e alla fenice a due teste. Il fenghuang ha una testa piccola, un lungo collo, una perla (o i 
testi sacri) nel becco, ed artigli da rapace. Le sue piume sono di 5 colori, i fondamentali (blu, rosso, giallo, bianco e nero) ovvero i 5 elementi: fuoco, acqua, legno, metallo e terra; e nel corpo reca iscritti i 5 precetti fondamentali: sul capo la virtù, sulle ali la giustizia, sul dorso i riti, sul petto l‘umanità, e sul ventre la sincerità. Il suo corpo era una mistura dei corpi celesti: la testa era il cielo; gli occhi rappresentavano il sole; la schiena, la luna; le ali il vento; le zampe , la terra, e la coda i pianeti. Rappresentava il potere e la prosperità, tanto da comparire solo alla presenza di un imperatore illuminato o in periodi di pace.     
Solo gli imperatori potevano portare il simbolo del Feng, spesso rappresentato con una sfera di fuoco che rappresenta il sole, ed è chiamato ―l‘uccello scarlatto‖.  
Nel Taoismo, diverrà ―l’uccello del cinabro, non solo per il suo colore rosso, ma soprattutto per la sua capacità di conferire
l‘immortalità. La fenice  diventa quindi la cavalcatura dei taoisti immortali che risiedono nelle ―Isole dei Beati‖ del mare orientale. 
Altra caratteristica importante è il suo canto, che conteneva le 5 note della scala musicale cinese.  
Non a caso, la fenice è l‘emblema di Nűgua, la prima imperatrice ed inventrice del cheng, uno strumento musicale a fiato a forma, appunto, di fenice. 

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LA FENICE IN MONGOLIA

Attraverso il lamaismo tibetano, in Mongolia si diffuse la fenice in forma di Garuda, l‘aquila-fenice di origine indiana. La tradizione Bön aggiunse il dettaglio delle corna bovine, che ci riporta ancora al costume sciamanico. Qui la fenice rappresenta lo ―Spirito del Bogdo Ula‖, che è una delle 4 montagne sacre.  
Secondo i mongoli, fu proprio un‘aquila dalle ali d‘oro a trasmettere le leggi fondamentali, aiutandoli a fondare il loro impero, e insediando sul trono Gengiz Khan. Emerge un altro tratto caratteristico asiatico ed europeo comune: la fenice, o aquila d‘oro, è legata all‘origine della regalità.  
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LA FENICE E LO SCIAMANESIMO

La fenice è in realtà il frutto di una complessa fusione di tradizioni antichissime, che, secondo molti autori, hanno il loro punto di origine in Estremo Oriente, e più precisamente in area mongolo-siberiana, culla dello sciamanesimo.  Il tipico volo sciamanico consisteva nell‘ascesa, attraverso l‘Albero cosmico, al sole (vedi anche la danza del sole degli indiani d‘America), affinché lo sciamano, trasfigurato in uomo-uccello di luce, raggiungesse l‘immortalità.  
Il costume indossato era quello dell‘aquila, ma a ben vedere veniva arricchito con particolari di molti altri uccelli simbolici, ed ancora oggi nelle danze rituali asiatiche si usa la maschera della fenice.  
Dunque, la cavalcatura dello sciamano sembra essere il vero antenato della fenice, spesso rappresentata in tale area con doppia testa . 
Particolare non trascurabile, è la presenza di decorazioni, quali nastri e pendenti, a simboleggiare i serpenti: tanto in Europa quanto in Asia la fenice risulta essere sempre predatrice di serpenti. 

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FENICE 1

Il simbolo della Fenice trova le proprie origini nell’antico Egitto ove assumeva un significato solare associato alla città di Heliopolis. In essa veniva onorato il dio Sole che ogni giorno sorgeva e tramontava. Dopo aver vissuto per 500 anni la Fenice sentiva sopraggiungere la sua morte, si ritirava in un luogo appartato e costruiva un nido sulla cima di una quercia o di una palma. Qui accatastava ramoscelli di pregiate piante balsamiche, con le quali intrecciava un nido a forma di uovo. Infine vi si adagiava, lasciava che i raggi del sole l’incendiassero, e si lasciava consumare dalle sue stesse fiamme mentre cantava una canzone di rara bellezza. Dopo 3 giorni rinasceva dalle sue ceneri e rinnovata nel corpo e nello spirito, volava ad Heliopolis e si posava sopra l’albero sacro. Per questo è diventata simbolo non solo dell’anima immortale e della resurrezione, ma anche di trionfo e di rinascita a nuova vita (o ad un nuovo stile di vita). Tale leggendaria immagine di longevità ed immortalità costituì, durante il Medioevo, un parallelo con l’immortalità e la resurrezione di Cristo dal Santo Sepolcro.

Nella cultura cinese rappresenta l’unione dello Yin e dello Yang, il potere e la prosperità. Insieme con altri quattro animali mitici, la sua apparizione è vista come un’indicazione di pace e prosperità sotto sagge regole. La fenice è vista come il capo degli uccelli, perfetta per la sua bellezza e il suo canto. La sua voce controlla i cinque toni e le sue piume mostrano i cinque colori.

http://ilrifugiodeglielfi.blogspot.it/2014/04/il-drago-e-la-fenice.html

IL DRAGO E LA FENICE

In Cina entrambi questi animali leggendari rappresentano l’incarnazione del potere Imperiale (e per questo motivo sono inseparabili).
Il drago simboleggia il sovrano e la fenice la sovrana.
Il primo procura fortuna e benessere, mentre la seconda simboleggia la bellezza, il rinnovamento e la longevità.
L’unione di essi rappresenta la lunga vita. Sono utilizzati ancora in pratiche di magia bianca. 

Nella cultura cinese il drago e la fenice quando sono raffigurati insieme sono simboli dell’imperatore e dell’imperatrice, come anticipato. Uniti nella stessa rappresentazione vogliono esprimere la perfezione di una coppia, l’unione perfetta di due poli diversi ma complementari. Il detto cinese “splendore di drago e bellezza di fenice” si riferisce invece ad un uomo o una donna degni delle più alte dignità. 
L’illustrazione qui sopra è rappresentativa del detto popolare: 
“Drago che si eleva e fenice che plana"
Il drago è considerato una creatura benevola e la sua figura è da sempre utilizzata come emblema del potere imperiale. Il drago rappresenta anche la forza maschile, la saggezza e la magnanimità. Se il drago rappresenta l’imperatore, la fenice è spesso associata al femminile e rappresenta l’imperatrice. Questo strano volatile è considerato una tra le creature più sacre del mito cinese. La tradizione vuole che la fenice abbia la testa di un cigno, la coda di un unicorno, il becco di un gallo, la gola di una rondine e le striature di un drago. Chissà che crisi di identità deve avere avuto, poverina. In realtà nelle raffigurazioni pittoriche, gli artisti cinesi si sono sempre preoccupati di dare al loro volatile prediletto una forma aggraziata.
Sui dipinti antichi e sui ricami delle sete tradizionali troviamo spesso la fenice che svolazza in coppia con la sua controparte maschile, il drago. Infatti i due, assieme, simboleggiano amore e beatitudine coniugale. Gli ideogrammi utilizzati per indicare la fenice rappresentano anche l’unione tra il maschio e la femmina, il sesso, insomma. I Cinesi ancora oggi ci scherzano sopra e giocando sul doppio significato del termine, usando la fenice per riferirsi al sesso.

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